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Saturnino, la musica parte dal basso.

Dal bisavolo liutaio al padre violinista, il resoconto di una chiacchierata a ruota libera con il bassista marchigiano, venuto a Milano “in vacanza studio” per fare quello che aveva sempre sognato… suonare quello strumento per il quale, ammette, “ho un attaccamento quasi morboso”. Curioso, preparato, serio professionista, Saturnino ha attraversato gli anni Novanta lasciando più di un segno nella musica italiana. Oggi è di nuovo in studio con Lorenzo per preparare il nuovo lavoro, ma il suo basso non si stanca mai, potreste trovarlo in qualche discoteca a dettare il ritmo delle vostre notti…

…molte persone, nell’adolescenza, sono confuse, studiano, fanno varie cose, io ho iniziato a suonare il violino perché mio padre lo aveva studiato, avevo quattro violini in casa, strumenti tramandati in famiglia.

 Avere i genitori musicisti è un vantaggio?
Dipende, avevo un bisavolo che faceva il liutaio, ma suonare è sempre stato visto come un hobby, anche se mio padre mi ha iniziato subito; mi faceva ascoltare dei pezzi che eseguiva lui e ho iniziato a studiare così, forse avevo una predisposizione naturale. Poi un giorno sono rimasto folgorato, ho visto una cover-band di amici che aveva suonato ad una festa, e c’ero rimasto malissimo: “io sto studiando musica, tutti i giorni devo andare a scuola”, dicevo, “questi hanno fatto tutto da soli e si divertono un sacco”, e andavo a sentire le prove, passavo le ore a guardarli, pensavo: “è divertente, c’è volume, c’è suono, suonano in piedi!”.
Il loro bassista è partito e allora ho detto: “fatemi provare… qualsiasi cosa”, in tre giorni ho tirato giù tutti i pezzi a memoria e vedevo questi tasti grandi che, abituato al violino, sembravano una passeggiata. La musica ti plasma, anche la natura, il violino mi ha aiutato a livello di orecchio musicale, capacità di seguire e scindere la linea di basso, che spesso fa tutt’altro rispetto alla melodia, dalla canzone.
Ho iniziato con pezzi dei Rolling Stones, dei Van Halen e degli Ac/Dc, credo, e mi sono proprio innamorato dello strumento, a tal punto che sul primo basso che mi comprò mio padre, un Ibanez Musician “vero”, a furia di suonare e slappare ho consumato,  proprio limato, gli ultimi sette tasti.

Qualcuno ti ha insegnato la tecnica sullo strumento?
Ho avuto un didatta notevole, G.Franco Gullotto, che io e  i miei amici di Ascoli facevamo venire da Roma una volta alla settimana per fare lezione e la cosa durò quasi un anno; con lui sono rimasto amico, mi ha insegnato proprio a conoscere la tastiera, poi ha visto che ero anarchico, che era duro farmi capire certe cose e m’ ha detto: “senti, questi sono i manuali, ci sono anche in cassetta”, ed io mi sono tirato giù anche le diteggiature alternative allo spartito, questo per un ragionamento elementare che ti dice che da qualche parte, in quello spazio, le note ci devono essere, e che un’esecuzione, per quanto difficile, è sempre fatta da quattro dita su una tastiera.

Il tutto alla tenera età di?
Ho iniziato a quattordici anni e credo di aver passato almeno tre anni chiuso dentro casa a suonare sui dischi, a suonare quasi per una forma di ribellione verso i miei; ho lasciato la scuola, interrotto gli studi al sesto anno di violino, ha prevalso l’incoscienza più che il sapere cosa fare. Ho detto: “voglio suonare”, e da li ho iniziato a fare i passi di conseguenza, del tipo: “dov’è l’ industria discografica? A Milano”, allora ho chiesto ai miei di andarci, dandomi un tempo, una scadenza: “tre anni, consideratela una vacanza studio”, mi sono trasferito e ho iniziato a tastare l’ambiente.

Come ti sei mosso?
La prima cosa era farsi ascoltare; ho frequentato persone nell’ambito dell’arte, anche se a stretto contatto con l’ambiente musicale e una persona che mi ha aiutato molto è stato Robert Gligorov, un artista, un fotografo che ha lavorato con Sting e mi ha portato a Parigi ad assistere alle registrazioni di Soul Cages. Avevo avuto alcune esperienze, ho suonato nei locali con Gigi Cifarelli ed è stato meraviglioso, tirarsi giù quei pezzi ad orecchio poi, era uno “sbattimento” incredibile, e ancora adesso, quando lo vedo glielo dico sempre; ha una grande libertà espressiva, la persegue e lo fa a grandissimo livello, è senza dubbio un puro e solo per questo va stimato tantissimo; io con lui mi sono divertito proprio tanto.

Come andò a Parigi?
Assistere alle registrazioni di quel disco, oltre a conoscere Sting che è un mito, e non credo solo mio, ma soprattutto vedere come si lavorava in una produzione di quel livello mi ha aiutato tantissimo; sono stati, credo, i tre giorni più lunghi della mia vita, qualsiasi cosa era fonte di sapere. Ho iniziato a frequentare gli studi e ho lavorato con Massimo Luca perché pensavo: “qui vengono i musicisti, magari a qualcuno verrà voglia di ascoltarmi”.
Avevo già inciso uno spot pubblicitario, arrangiato da Vince Tempera, tre pezzi per Gatto Panceri in un disco prodotto da Patrick Dijvas e una serie di coincidenze ha fatto si che Lorenzo stesse registrando Una Tribù che balla, e avesse chiesto al titolare dello studio se conosceva musicisti giovani, fuori dal giro dei turnisti, perché voleva creare una band per fare un tour, e lui gli fece il mio nome; io ero sempre nell’anticamera, quel giorno ho conosciuto Lorenzo e mi ricordo che la cosa che più mi ha colpito fu che prima di suonare parlai con lui di musica per tre ore, e mi sembrava una cosa fuori dai soliti canoni, perché vedevo uno che era veramente appassionato per quello che faceva, si parlava di dischi, lui fece un sacco di nomi che non conoscevo. Aveva fatto il dj, la radio, aveva una conoscenza “devastante”, nel senso buono del termine; stava registrando un lento e Libera l’Anima dove c’era un assolo di basso fretless; gliel’ho fatto vedere e lui mi ha detto: “bello, sentiamo come suona… allora fai un assolo qui…”, e da li siamo andati avanti e lui mi ha sempre più coinvolto nel suo lavoro.

 Dijvas, Sting, tutti bassisti divenuti poi produttori; questa visione più ampia del lavoro musicale è un caso?
No, non è un caso; è anche vero che un bassista, a meno che non sia il leader del gruppo, è il trait d’union tra la batteria e la voce, quello che si trova in mezzo e quindi, anche senza volerlo, è un mediatore, un interfaccia, ha più responsabilità degli altri. Poi è sempre nel sottobosco; il basso viaggia sotto, non fa male, non ha una frequenza che ti disturba, è come il sub-woofer nello stereo, quando lo metti non te ne accorgi, ma se lo togli senti che tutto si sgonfia.

Nei tuoi lavori, Testa di Basso, Zelig e Clima, hai avuto approcci differenti; un musicista, alla fine, suona quello che sente?
Certo, esattamente, in questi lavori l’unico comune denominatore sono io che assisto al cambiare delle cose e di conseguenza cambio anch’io; ogni lavoro rispecchia esattamente il mio periodo musicale, quello che più mi affascinava in quel preciso momento, è quasi una fotografia.
Per Testa di Basso è stato Lorenzo stesso a spingermi a fare un disco da solo, lui mi disse: “secondo me devi fare un disco da solo”, e io gli ho detto: “e che faccio?”, e lui: “ma, secondo me devi fare un disco dove tu suoni il basso e butti giù quelle che sono le tue idee, vai libero”, ed è venuto fuori così, ci ha dato delle soddisfazioni, così come farne altri; ho lavorato con un team di produzione, i Last Man Standing, per un disco, Chambala, realizzato per un locale, tutto con pezzi originali.

Sia dal vivo che in studio, ami sperimentare; ti piace l’idea di essere un “ricercatore” di suoni?
Lo adoro, assolutamente; Doug Whindish, ex bassista dei Living Colour, aveva usato un effetto pazzesco, io sono stato sei mesi a cercarlo; facevo ascoltare il disco ai produttori ma non sapevano dirmi come venisse fuori, poi era un pedalino, su Il mio nome è Mai Più, avevo appena sballato un Bass Syntetizer e l’ho attaccato. E ne uso molti altri ancora.

Parlami dei tuoi strumenti.
Mi piace cambiare bassi per ottenere una timbrica diversa e un’intenzione diversa, ogni basso mi spinge a suonare in un certo modo; mi condiziona molto cambiare strumento, questione di suono ma anche di estetica: lo Steinberger lo associo a una certa musica degli anni ottanta, ma anche, che so, agli UB40, quindi ad un andamento reggae; ho un Fender Precision del ’72, ed una copia con la cassa in alluminio che mi sono fatto costruire e che ha una “pezza” (potenza) pazzesca; ne compro uno all’anno, quasi come cabala, ne ho sedici e in tour ne porto sempre cinque o sei; ho anche un Ken Smith sei corde senza tasti che è fantastico, l’ho usato in studio con Franco Battiato registrando La Cura, e mi ha risolto tutto, per profondità di suono.

Come è stato il lavoro con personaggi già noti?
Più hai a che fare con persone che hanno successo, più il rapporto è semplice, perché hanno una forte personalità e una forte passione per quello che fanno, ed hanno idee molto precise.

Accettanole idee che possono arrivare dai collaboratori?
E’ una cosa che sta a te, capire se è il momento di proporre qualcosa o attenerti assolutamente a quello che succede; Franco, ad esempio, è uno che sa perfettamente quello che vuole, il modo di lavorare di Lorenzo è diverso, l’ho sempre definito un grande chef, vede gli ingredienti che ha a disposizione e da lì crea tutto.
Ho anche ricevuto proposte interessanti, soprattutto per tour, forse perché do più sicurezza; in studio, invece, ci sono troppe persone che decidono, persone che pensano di sapere tutto, a volte è meglio dire di no prima. Io quando suono mi voglio divertire, prima di tutto, e per il momento ho la fortuna di poter scegliere; se si deve creare una ritmica, la si crea, il problema sta nel produttore, non nell’artista. Mi piace avere a che fare con persone che hanno idea di quello che stanno facendo, non che stanno li e ogni tanto parlano, perché nella musica è facilissimo parlare, parlano tutti, mentre stai registrando chiunque può entrare in studio e dire una c…..a: in un certo senso è bello, perché la musica è di tutti, però, mentre sto suonando non tollero interferenze.

Questione di comprensione?
Devi parlare con uno che parla la tua stessa lingua, poi, quando il disco è uscito, puoi dirmi tutto quello che vuoi, anche che il disco fa schifo, e posso anche capire perché ti fa schifo.
Mentre stai lavorando, e l’ho imparato assistendo alla produzione di Sting, le persone parlano solo se interpellate dall’artista; in fondo è lui che ci mette la faccia, è giusto che ti domandi qualcosa, e che tu gli dica la tua opinione, però li devi essere sincero: non puoi entrare in uno studio e dire: “ho sentito questo però secondo me bisognerebbe alzare di più la batteria, tirare dentro la voce…”, altrimenti vale tutto..

Ma allora chi decide, e che cosa?
Le produzioni di dischi le fa chi ha denaro da investire, come per i film; chi “ci mette” i soldi è libero di scegliere, ed è un conto, se però pensa di essere Trevor Horn, c’è un problema.

Parlami di Giovanni Allevi, sicuramente un pianista di talento.
Abbiamo iniziato a studiare assieme, ci siamo persi di vista, poi lui ha inviato una videocassetta ed un cd chiedendomi di ascoltarlo, perché voleva suonare a Roxy Bar; io e Lorenzo l’abbiamo sentito e siamo rimasti favorevolmente sconvolti, abbiamo pensato la stessa cosa che hai detto tu, “questo è veramente tutt’uno con il pianoforte, facciamogli registrare i suoi pezzi” e così è nato 13 Dita, un disco di pianoforte, un piano Steinway e lui, microfoni aperti e via.
E’ venuto a Milano, si è diplomato in composizione e come tutti cerca di raggiungere il suo obbiettivo, suonare il pianoforte così che gli altri lo ascoltino, un obbiettivo nobile, anche se non facile. Il musicista però è sempre una persona che, a ogni livello, desta curiosità, cattura l’attenzione, è come un incantatore, ed è questione di quanto riesce a trasmettere suonando; la tecnica  diventa un mezzo per far uscire quello che hai dentro.

C’è qualche bassista che ti piace ricordare?
M’hanno colpito tanto Michael Anthony dei Van Halen, Chris Squire degli Yes, Joey De Majo dei Manowar quando fa la Cavalcata delle Valchirie. Dei personaggi che ho avuto la fortuna di conoscere, mi interessano le idee; a Mark King, per me quasi un guru, ho chiesto: “ perché hai iniziato a suonare il basso?”, e lui mi ha risposto: “perché ho sentito suonare Stanley Clarke, e mi sono innamorato”. Il suo obbiettivo era imitare Stanley Clarke, come vedi la strada è semplice; ha iniziato per questo, poi ha ricodificato quel linguaggio che è diventato la musica dei Level 42. Con Rino Zurzolo ho fatto un tour, e devo averlo sfinito di domande; alla quarta data credo volesse spaccarmi il basso in testa, ma è una persona favolosa.
In Italia Paolo Costa mi è sempre piaciuto tanto, soprattutto come suono, tecnicamente trovo che Faso sia incredibile, sono molto amico di Flavio Scopaz, uno che sa far gruppo e che se fosse nato negli Stati Uniti suonerebbe allo stesso livello; è una garanzia, come persona e come musicista.

Saturnino Celani dove si colloca,  come valuta l’essere musicista?
Ho difficoltà a collocarmi da quando avevo quindici anni; ascoltavo i Metallica, rock, come dire, integralista, il funky dei Level 42,e poi i Cure, i Camel, i Gong; ho ascoltato Percy Jones, faceva cose fantastiche prima ancora di Jaco Pastorius, avevo questa serie di influenze e mi piaceva tutto, che so, i New Order, i Depèche Mode; il bello della musica che faccio con Lorenzo è che cambiamo sempre. In questo senso non amo la parola “contaminazione”, a me non piace, non significa nulla: io adoro l’entusiasmo delle persone e per questo non sopporto alcune situazioni, tipo il musicista cui viene proposto un lavoro, e che sa quanto sia difficile farlo, ma è abituato a suonare altro e disprezza quello che sta facendo; ti viene offerto un lavoro, magari un tour di alto livello, è una cosa importante: prima di tutto è musica, poi è spettacolo, è show, quindi se lo fai lo devi fare al meglio; stai lavorando e perciò devi fare la tua parte, occorre avere cura dei dettagli e passione per ciò che si fa.
In qualsiasi situazione sei li per suonare, guadagni dei soldi, per cui se non ti piace non lo fare, ma soprattutto non sputare sul piatto dove mangi.

Come valuti le tue ultime collaborazioni e cos’hai in programma per il futuro.
In Italia ho avuto la fortuna di suonare in produzioni importanti, tipo Il mio nome è Mai Più, un operazione di beneficenza a favore di Emergency, ed è stata una soddisfazione enorme, perché ero lì, e si sente anche! Per me suonare il basso è una cosa morbosa, provo un piacere enorme, suono per me e fortunatamente alla gente piace e finchè a loro piace io vado avanti.
All’estero ho suonato in due pezzi di Penetration, il disco del trombettista di Marcus Miller insieme  ad Al Jarreau, Marcus Miller stesso, Kenny Garret, Bill Evans e Jim Beard che lo ha prodotto, ma non ho messo i manifesti, non mi interessava.
Al momento stiamo registrando il disco di Lorenzo, ci stiamo lavorando da parecchio e su molti pezzi; ogni tanto mi piace fare delle cose in discoteca, in questo periodo ho voglia di ballare e di far ballare la gente; anche in queste situazioni trovo che il basso sia un strumento sexy da morire, quando lo suoni e sai che la gente sente contemporaneamente le stesse vibrazioni, è una sensazione impagabile.

Il primo disco che hai comperato.
Era Physical Presence, dei Level 42.

Quello che ti ha cambiato la vita.
C’è un disco che mi ha fatto quest’effetto, e in modo assurdo: era Slave to the Rhithm, di Grace Jones. Lo avevo ascoltato alla radio, con noncuranza, poi, una sera, ero in un locale e ascoltavo la programmazione che proponeva musica “a busso”, pesante, e a un certo punto è partito questo pezzo e, oltre a suonare otto volte più forte , per un attimo ho smesso di parlare, mi sono concentrato sul portamento del basso e della batteria e sono rimasto lì, ascoltavo e pensavo: “ma come cavolo suona, che armonia stanno facendo…”. Ecco per me è il pezzo “perfetto”, è incredibile, epico, elegantissimo, mi ha totalmente ipnotizzato. E poi So, di Peter Gabriel, che mi ha “storto” completamente, Sledgehammer, Shock the Monkey, musica di un altro pianeta!

Quello che regaleresti ad un amico.
Guarda, Van Halen I; è una cosa devastante, quando parte Eruption “alzo lo stereo a palla”, cito i Negrita, “per non pensare”, perché quasi mi sollevo!

Confessa! Hai provato a rifarla col basso!
Oohh! E come no! Quando lui parte… non ce n’è, sono fantastici!

… abbiamo chiacchierato ancora e ancora… di musica, è ovvio!

Andrea Romeo 

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